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Preambolo: Walter Veltroni afferma di aver giocato a calcio con Tardelli in una partita a Sabaudia, in un’apoteosi di estasi simil mondial di Spagna 82
Oggi Tardelli smentisce
Allora Marco Tardelli, com’è questa storia? Ha mai giocato a calcio con Walter Veltroni?
«Non è mai successo. Almeno che io ricordi».
Ma il segretario del Partito democratico racconta di averla avuta come compagno di squadra in una partita disputata a Sabaudia…
«Non so perché lo dica. Probabilmente fa confusione. In quella occasione io c’ero effettivamente, ma da spettatore, fuori dal campo, senza scarpette ai piedi. Ricordo che in porta giocava Massimo D’Alema. E se la cavava piuttosto bene».
Il Giornale prendendo spunto dall’ennesima balla de Er Baracca ci fa un articolo molto simpatico
Scoprire che Walter Veltroni non ha mai giocato a calcetto a Sabaudia con Tardelli, ci apre un mondo nuovo. È la dura realtà: un mito che crolla. Uno dei tanti del pantheon veltroniano, quella sorta di cioccolateria fatta di notti bianche, musei, feste del cinema, bioparchi, medaglie ai vecchietti, eroi extracomunitari, barboni picchiati, film d’annata, ex partigiani e figurine Panini. Ebbene, in questa mielosa galleria la partitella con Tardelli sulle sabbie laziali era un capitolo fondamentale.
segnalando l’importanza vitale, insita nelle leggende di Walter
E pensare che della famosa partitella Walter ha menato vanto fino allo sfinimento: a sentir lui, quello non era mica l’incontro della domenica scapoli-ammogliati, yes weekend. No, era un’icona da consegnare ai posteri. Un po’ come la mano di briscola tra Pertini e Bearzot dopo il mundial ’82: episodi che segnano un personaggio.
per poi passare in rassegna alcune perle veltroniane
un ganassa che le spara grosse.
E in effetti, quanto a sparate, la cartucciera di Walter è come la borsa di Mary Poppins: inesauribile. Basti ricordare la schioppettata su Alitalia: «L’accordo con la Cai è tutto merito mio», disse appena tornato da New York. Come no. Oppure la cannonata di quest’estate in vari salotti televisivi: «È sicuro: rompo con Di Pietro». Come no: stiamo ancora aspettando (casomai è Di Pietro che sta rompendo lui). Per non parlare poi della bomba atomica nel salotto di Fabio Fazio, gennaio 2006, quando promise di fuggire in Africa: «Non si può fare politica a vita». Come no: in Angola lo attendono ancora a braccia aperte. Di questo passo, sparata dopo sparata, Veltroni arriverà a sostenere, chissà, che il leader del Pd è lui e non D’Alema. Come dite? L’ha già fatto? Ecco, appunto.
Di assurdità d’altronde è un cantore
Veltroni raccontò la sua vita da discolo: «Centrai in fronte il preside con il cancellino, lui mi chiese “chi ti credi di essere?” e io risposi “Sono James Bond”. Mi piace pensare – chiude Walter – che da quel mio gesto ebbe inizio il ’68». Ora, a parte il fatto che un cancellino stampato sul preside non dovrebbe essere propriamente motivo d’orgoglio, ma il punto è un altro: Veltroni nel ’68 aveva 13 anni, non era neanche in età da liceo
poi si scoprì che
Ne ha raccontata una identica a Paolo Boccacci l’avvocato Paola Balducci, che ha detto d’esser stata compagna di scuola del fratello più grande di Walter (Valerio: oggi uomo d’affari e di finanza, si interessa tra l’altro di investimenti giapponesi in Italia) e di aver tirato lei il cancellino in faccia al preside durante una manifestazione del 68 con altri studenti (tra cui Paolo Liguori e Maria Fida Moro). Il preside Casotti punì la scolaresca sospendendo le vacanze di Pasqua.
Insomma Walter è Walter e il contrario di Walter
Domani scopriamo che non è mai stato iscritto al Pci, che è nipote di Almirante, che tiene al Torino e non alla Juve, che il cinema gli fa ribrezzo e preferisce dipingere nature morte e che ha sempre odiato visceralmente le figurine Panini, specialmente quella di Pizzaballa. Poi dopodomani scopriamo che non è romano, che non è neanche italiano, che è nato e vissuto sul lago di Lugano, che non gli piace la carbonara ma va matto per i wurstel con i crauti e che è favorevole all’annessione del canton Ticino alla Germania.
Ma dopo tutto voi potreste odiare uno che in campagna elettorale fece questo paragone ardito
“Noi siamo come la nazionale di Bearzot”, “siamo partiti in sordina e poi, come gli azzurri con l’Argentina, il Brasile e la Polonia, siamo arrivati alla finale. Il 13 aprile sarà la nostra finale”.
Forse voleva dire come la nazionale di Fabbri del 1966 che perse con la Corea del Nord. Una sconfitta epocale come quella del 13 aprile
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