Sempre meno fannulloni nella P.A: -38% di assenze in un anno

17 07 2009

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Sarà presuntuoso e spesso troppo voglioso di protagonismo ma è indubbio che Brunetta sta lavorando veramente bene

A un anno di distanza dall’avvio dell’operazione anti-fannulloni, le assenze per malattia nella Pubblica amministrazione sono in calo del 38%. Si tratta, per tutta la P.A., di circa 14 milioni di giornate in piu’ di lavoro per i cittadini.”In un anno abbiamo dimostrato che dentro il grande corpo della P.A. c’e’ una grande produttivita’ da recuperare”. ”La P.A. sta cambiando”, a distanza di un anno ”la gente sta percependo che sta cambiando qualcosa”.

Inoltre

Questo dato eclatante mostra che la lotta anti-fannulloni e anti-assenteismo” funziona, tanto da influenzare anche il settore privato dove si registra lo stesso trend, dove tra il primo quadrimestre del 2009 e lo stesso periodo dell’anno scorso, si registra, su un campione di 42 imprese, una flessione delle assenze per malattia di circa il 18%. Ciò significa anche che il mercato del lavoro sta cambiando e che a un anno di distanza il bilancio degli interventi del governo è senza dubbio positivo

Il ministro ha anche annunciato una novità

E’ partito infatti l’obbligo, per legge (la 69 del 2009), per tutte le amministrazioni pubbliche, di pubblicare sui propri siti web i dati relativi ai dirigenti e i tassi di assenza e di presenza del personale. I cittadini potranno consultare online curricula, stipendi, numeri di telefono e indirizzi e-mail e assenze di 190 mila dirigenti dei ministeri, degli enti locali, della sanità e della scuola. Un’altra operazione riguarderà invece i professori universitari e i magistrati





Province, pronto un piano Brunetta-Maroni per il loro svuotamento

2 04 2009

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Il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta ha annunciato che tra poco più di una settimana presenterà il “Codice delle autonomie” che ha realizzato con il ministro dell’Interno Maroni

È “il codice degli enti locali”, un piano che dovrebbe entrare a regime prima del voto immediatamente successivo, tra 4 o 5 anni. L’idea è che, alla scadenza della prossima tornata amministrativa, “le Province molto probabilmente non saranno più quelle che abbiamo conosciuto fino a oggi…”. Saranno cioè degli “enti di secondo livello”. Le elezioni amministrative di giugno potrebbero essere le ultime per alcune delle province dove il consiglio sarà rinnovato

Cosa cambierebbe nel merito?

La Provincia non sparirà dal punto di vista formale, ma non avrà più un costo politico: «Rimarrà l’ente provincia ma non avrà più degli eletti», ha chiarito Brunetta: «I consiglieri provinciali e presidente non saranno altro che i sindaci dei comuni nella provincia». Il presidente sarà il sindaco del capoluogo di provincia, e il parlamentino sarà formata dagli altri primi cittadini del territorio. Si «elimineranno così un po’ di costi della politica – ha detto ancora il ministro nemico dei fannulloni – e quello che fa ora la provincia lo faranno i Comuni all’interno della provincia». Tra cittadino e Stato rimarranno quindi solo due livelli: «Regione e comune». Che possono bastare.

In definitiva si può riassumere così

Le province non saranno cancellate ma semplicemente svuotate di costi e poteri. In altre parole rimarranno come enti di secondo livello tra comuni e regione, privati di una reale rappresentanza espressa mediante il voto. Saranno presiedute dal sindaco del comune capoluogo e composte dai primi cittadini degli altri comuni, mantenendo i soli compiti strettamente inerenti all’amministrazione della provincia stessa. Questo consentirà di ridurre enormemente il costo di un ente fondamentalmente inutile, andando ad abbattere la spesa per gli amministratori attualmente stimata in 115 milioni di euro circa. Rimane il costo del personale, ma almeno un primo passo sulla via del risanamento dello spreco sarebbe compiuto.

e potrebbe aggirare una possibile lunga revisione costituzionale

Il progetto così com’è andrebbe anche ad ovviare al problema costituzionale, che l’abolizione tout court ovviamente pone. Eliminare completamente le province imporrebbe infatti un iter di revisione costituzionale lungo e difficile, mentre il semplice “svuotamento” consente di raggiungere l’auspicato risultato economico. Una volta ottenuto questo nulla vieta di arrivare anche alla revisione della carta in un secondo momento.

L’idea non si riduce solo alle province

E lo stesso criterio si adotterà «per le comunità montane» che verranno «cancellate come enti autonomi».

Speriamo che ai buoni propositi seguano i fatti, per ora rimaniamo dubbiosi sull’effettivo intento di seguire questa strada. Ne sapremo di più nelle prossime settimane

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Maxi piano del governo per la vendita delle case popolari

17 03 2009

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Segnaliamo un’indiscrezione di Adnkronos su un maxi piano del governo sulle case popolari

Governo al lavoro per studiare una serie di incentivi che puntano a trasformare l’attuale affitto in un mutuo. La misura a sostegno delle famiglie più deboli interesserà circa un milione di cittadini. Prevista, poi, la realizzazione di 20.000 nuovi appartamenti entro il 2011. Le case andranno prima a giovani coppie, anziani e studenti

In arrivo un maxi-piano per la vendita delle case popolari, che potranno essere acquistate dagli attuali inquilini attraverso mutui agevolati. Il governo, a quanto apprende l’ADNKRONOS, sta studiano una serie di incentivi, per l’avvio di un grande piano di dismissione del patrimonio Erp (edilizia residenziale pubblica), che in sostanza dovrebbero trasformare l’attuale affitto in un mutuo. Saranno circa un milione di cittadini a poter diventare proprietari degli immobili in cui vivono. Il provvedimento, secondo le intenzioni dell’esecutivo, sarebbe un’altra misura per il sostegno alle famiglie più deboli, che potrebbero così acquistare la casa.

Sarebbe questo, quindi, un altro tasselo per completare il progetto avviato dall’esecutivo nel settore dell’edilizia popolare. Il decreto per lo stanziamento dei 550 milioni è stato già predisposto. Della somma complessiva i primi 200 milioni saranno utilizzati per realizzare dai 5.000 ai 6.000 nuovi alloggi. Questa sarebbe comunque solo la fase iniziale del programma che, secondo le stime dell’esecutivo, dovrebbe portare alla realizzazione di 20.000 nuovi appartamenti entro il 2011. Le case andranno prima alle giovani coppie, agli anziani e agli studenti che, con il tempo, potranno riscattare l’abitazione attraverso l’offerta dei mutui agevolati.

Proposta che già in passato aveva fatto Brunetta

La proposta della vendita delle case popolari è già stata avanzata dal ministro per l’innovazione della Pubblica amministrazione Renato Brunetta in un intervento di qualche giorno fa sul Sole 24 Ore. Già nel 2006 Brunetta, in qualità di consigliere economico di Palazzo Chigi ed eurodeputato di Forza Italia, inserì nel Piano casa 2006-2009 la proposta di vendere a prezzi molto convenienti un milione di case popolari ex Iacp agli inquilini e con il ricavato finanziare mutui agevolati per le fasce più deboli e la costruzione di nuovi alloggi popolari da rimettere in vendita.

Sarebbe sicuramente un intervento positivo che rientrerebbe perfettamente nella deregulation liberalizzatrice delle norme sull’edilizia del piano casa





Storico accordo sulla riforma dei contratti, no della Cgil

22 01 2009

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Cisl, Uil e Ugl, oltre che Confindustria e tutte le associazioni imprenditoriali, ma non la Cgil, hanno firmato con il governo l’accordo-quadro per la riforma del modello contrattuale, valido sia per il settore privato che per quello pubblico, al termine di una riunione a Palazzo Chigi. Manca la firma dell’Abi e delle assicurazioni che, pur condividendo il testo, si sono riservate di sottoscriverlo nei prossimi giorni.

Grande soddisfazione da parte del ministro Sacconi

Un risultato, la firma dell’accordo quadro sul modello contrattuale, di «portata storica». «Finalmente oggi  abbiamo un risultato di portata storica, per la prima volta si abbandona un approccio conflittuale e si afferma un modello cooperativistico». E questa «novità storica», sottolinea, si verifica «in un momento di crisi globale» per affrontare la quale è fondamentale anche l’atteggiamento delle parti sociali. « È un accordo quadro con cui si riforma il modello della contrattazione quale fu a suo tempo codificato dall’accordo del 23 luglio 93 che risulta così completamente sostituito.

Entra nel particolare Brunetta

Il nuovo modello contrattuale «è unico per pubblico e privato» ha spiegato invece il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta. La riforma, ha spiegato, «supera il concetto di inflazione programmata e fa riferimento a un indice esterno fatto da un soggetto terzo». Il nuovo contratto, ha aggiunto, «durerà tre anni. Sono previsti eventuali recuperi in caso di scostamento tra l’indice e l’andamento dell’inflazione effettiva e nel caso del pubblico con l’andamento effettivo dei salari reali

Soddisfazione anche da parte di La Russa che comunque critica la CGIL

La Cgil è l’unico sindacato che fa prevalere l’ideologia sull’analisi dei fatti. Per fortuna è finito il dogma dell’unanimismo sindacale

Già ieri Emma Marcegaglia aveva attaccato Epifani per il suo rifiuto definito ideologico

Non possiamo più perdere tempo. Gli altri sindacati stanno mostrando realismo e senso di responsabilità». Per la presidente di Confindustria trovare un’intesa oggi significherebbe aprire «una nuova stagione, positiva: per la prima volta, dopo il ’93, vi sarebbe un accordo generale a difesa di salari e produttività. Mi auguro che Epifani non guardi ad altri obiettivi, come le elezioni europee

Complimenti al governo per il risultato ottenuto dopo anni di attesa e stima per i sindacati che non si sono fatti frenare dal diktat politico della CGIL.

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Brunetta propone l’equiparazione uomo-donna sulle pensioni e la sinistra subito sulle barricate (peccato che nel PD ci siano molti favorevoli)

13 12 2008

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Ottima proposta oggi del super attivo ministro Brunetta

La corte di giustizia ci chiede di non fare discriminazioni tra uomini e donne e di innalzare l’eta’ pensionabile delle donne, che oggi invece di avere un vantaggio ne hanno uno svantaggio, perche’ hanno progressioni di carriera e livelli di pensione piu’ bassi, in quanto costrette ad andare in pensione prima

quindi il ministro vuole ottenere, almeno per quanto riguarda la pubblica amministrazione, l’equiparazione dell’età di pensionamento tra uomini e donne. E spiega come e perchè

Basta con l’ottica di compensazione, di discriminazione, con l’ottica paternalista per cui le donne sarebbero privilegiate perchè penalizzate nella fase di maternità. Perseguirò l’obiettivo di perequazione, ovviamente verso l’alto, tra maschi e femmine per quanto riguarda il pensionamento. Questo per fare giustizia e per perseguire quegli obiettivi di innalzamento del tasso di occupazione, grande gap del nostro Paese rispetto agli altri

Il tutto all’interno di una riforma del welfare complessiva

Abbiamo bisogno di innalzare l’eta’ di pensionamento e dobbiamo farlo in maniera flessibile, volontaria e in modo che ci sia equilibrio sul lungo periodo. Non si deve rimettere mano in maniera pesante alla riforma pensionistica, che dalla Dini in poi ha turbato spesso il sonno degli italiani. Dobbiamo contemperare due esigenze: ricalibrare l’equilibrio del welfare pensionistico intergenerazionale del Paese, ma senza turbare le aspettative pensionistiche degli italiani.

Ovviamente subito i sindacati si oppongono convintamente

Netto il no della Cgil. “Il governo non ci provi nemmeno a mettere mano”, ha commentato il segretario confederale della Cgil Funzione Pubblica, Carlo Podda. “Le donne  vanno in pensione con il massimo dell’età e con il nostro sistema si va sulla base dei contributi, sono altre le sperequazioni che riguardano le donne, e comunque parliamo di sperequazioni subite, non certo di privilegi”. “Ci manca solo che si obblighino le donne ad andare in pensione più tardi: dire che la misura serve per risolvere la sperequazione è una provocazione intollerabile

Solito intervento fuori dal mondo e ideologico della Pravda L’Unità

Fannulloni anche da “vecchi”. L’ossessione del ministro Brunetta per gli scansafatiche questa volta prende di mira chi avrebbe diritto ad andare in pensione. Soprattutto le donne. Quelle che magari è una vita che fanno tre lavori – i figli, la casa, i genitori anziani – e che andando in pensione qualche anno prima diventano un sostituto eccellente di quel welfare che non c’è. Ma per Brunetta chi non timbra il cartellino tutti i giorni, chi non ha la vita scandita dal ruotare di un tornello, va punito senza scrupoli.

Peccato che nel PD la radicale Bonino avesse proposto la stessa cosa più di un anno fa

Il ministro del Commercio internazionale e per le politiche europee, Emma Bonino, ritiene “indispensabile” parificare l’età della pensione tra uomo e donna. E’ contraria a “discriminazioni normative” tra uomini e donne sul tema dell’età pensionabile. “Credo che anche per il trend demografico che abbiamo non è proprio pensabile andare in pensione a 58 anni non è pensabile neanche una discriminazione normativa donne-uomini: fa sorridere, se non di peggio“.

e altri membri del PD avessero mandato una lettera a Sacconi proprio sullo stesso tema

Nella lettera inviata al ministro per il Welfare, Maurizio Sacconi, e firmata da parlamentari del Pd e dei Radicali (Emma Bonino, Pietro Ichino, Linda Lanzillotta, Donatella Poretti, Nicola Rossi, Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, Maria Leddi Maiola, Francesca Maria Marinaro, Elisabetta Zamparutti) ma anche da economiste come Fiorella Kostoris Padoa Schioppa e Stefania Sidoli si dice testualmente che esiste la possibilità di una prima rivoluzione a costo zero per lo Stato: l`equiparazione dell`età pensionabile. La questione non può più essere elusa – rimarcano gli estensori dell`appello – considerati i venti di crisi e una probabile salatissima multa ai danni dell`Italia conseguente alla procedura d`infrazione della Corte europea per discriminazione retributiva: in un sistema totalmente contributivo in cui tanti più anni di versamento dei contributi si hanno, quanto più aumenta l`importo della pensione di vecchiaia, stabilire per legge che una donna debba avere meno anni di contributi di un uomo, è a tutti gli effetti una discriminazione retributiva. Per altro verso, una maggiore flessibilità per tutti nella scelta del momento del pensionamento sarebbe pienamente compatibile con la logica del regime pensionistico contributivo

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Intervenire sulla giustizia in maniera organica

26 11 2008

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Un po’ di sconcerto si era sollevato dopo la proposta in consiglio dei ministri sulla messa in prova. Provvedimento condivisibile, tra l’altro proposto pure dal partito di quel Di Pietro che, non sapendolo, si era dichiarato schifato facendo una brutta figura (e oggi Li Gotti del suo partito conferma la bontà del disegno di legge). Ma l’enfasi data dai giornali e il non accompagnamento contemporaneo con altri provvedimenti ben più necessari ha provocato un problema nella maggioranza e il blocco della proposta.

Oggi pare che il governo torni a valutare il tutto in una maniera più organica

Lo annuncia lo stesso Alfano

Un Consiglio dei ministri prima di Natale con oggetto un ‘pacchetto di misure’ sul tema della giustizia. Unita e compatta” – soprattutto sul tema del sovraffollamento delle carceri e sulla messa in efficienza del processo penale -, la coalizione, ha assicurato il Guardasigilli, presenterà, come è accaduto per il ‘pacchetto sicurezza’, un pacchetto di misure sulla giustizia che riguarderà ”le carceri, il processo penale, la condizionale e la messa alla prova”. Sulla giustizia, ha sottolineato Alfano, ”esponenti dell’opposizione e giornalisti non si illudano, c’è unità e ciò è stato dimostrato già nel dl sulle sedi disagiate e in quello sul processo civile.

Sulle nuove carceri

“E’ presto per dire quale sara’ la decisione tecnica”, ha spiegato il Guardasigilli, sottolineando che questa sara’ resa nota in un Cdm prima di Natale dedicato alla giustizia, ma per ora “immaginiamo il coinvolgimento di privati per la realizzazione e la costruzione di nuove carceri”.

Inoltre ci sono importanti novità sul lato burocratico

Sei progetti per portare la giustizia online da attuare a partire dalla prossima primavera, quando l’innovazione digitale sarà lo snodo centrale per l’accelerazione dei processi.

nel particolare

Fra le novità, la notificazione telematica delle comunicazioni e degli atti processuali dagli uffici giudiziari agli avvocati e agli ausiliari del giudice, nel processo civile; il rilascio telematico di certificati giudiziari da tutti gli uffici e un aumento degli sportelli sul territorio; l’accesso diretto ai dati del casellario giudiziario da parte di pubbliche amministrazioni centrali o altri enti; la trasmissione telematica delle notizie di reato tra forze di polizia e procure della Repubblica; la registrazione telematica degli atti giudiziari civili; l’accesso pubblico via rete alle sentenze e ai dati dei procedimenti e la razionalizzazione, evoluzione e messa in sicurezza delle infrastrutture Ict, dei sistemi informatici e della rete di telecomunicazione della giustizia.





Brunetta e Rotondi, paladini delle coppie di fatto

8 09 2008

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Il nome è ancora top secret. Ma che si chiamino Dico, Pacs o Cus, come nei vecchi ddl, poco importa, almeno per il momento. La notizia che due ministri del governo in carica, Renato Brunetta e Gianfranco Rotondi, stiano lavorando a una proposta di legge sulle unioni civili ha l’effetto di un masso lanciato nello stagno

Un’iniziativa personale, non una proposta di governo, perché, spiega il titolare dell’Attuazione del programma, «le unioni civili non fanno parte del programma di governo e non saranno realizzate da questo esecutivo». Ma per Rotondi c’è «da legiferare in ordine a un fenomeno che non è marginale e che riguarda le persone che a vario titolo convivono». Renato Brunetta, da Cernobbio, per ora non parla. Rotondi anticipa le linee generali come «l’assistenza in caso di malattia, la successione, i diritti relativi all’alloggio, insomma tutti i diritti che rendono il convivente prioritario rispetto ai parenti e che per ora non esistono ». E ribadisce: «Ci occupiamo anche delle coppie gay».

—–

1) lodevole l’iniziativa

2) 50% che non arriva nemmeno in parlamento, 100% che non diventa legge. Peccato….








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