Scalfaro: Di Pietro ha commesso un reato. Nell’Idv si smarcano e Ostellino distrugge il trebbiatore.

29 01 2009

IL FAZIOSO LIBERALE SI TRASFERISCE

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Dopo le incredibili e vergognose affermazioni di Di Pietro contro Napolitano, continuano le critiche al trebbiatore di Montenero di Bisaccia.
Inizia Scalfaro, uno dei peggiori presidenti della Repubblica, ma amato dagli anti-berlusconiani

Presidente Scalfaro, l’Italia dei Valori ha attaccato il Quirinale in piazza Farnese. «Napolitano dorme», recitava uno striscione, mentre Antonio Di Pietro accusava il capo dello Stato di giudizi «poco da arbitro» e di «troppi silenzi» aggiungendo che «il silenzio è mafioso». Che cosa gliene pare?
«Questo secondo me è reato. Se le parole sono quelle riferite da radio e televisione, è certamente un comportamento illecito. Che stavolta non si può decentemente contrabbandare come un normale capitolo del dibattito politico. E’ vero, siamo in un regime democratico e la Carta costituzionale assicura a ogni cittadino la libertà di espressione, ma c’è un limite a tutto. La dialettica, anche aspra, è nella fisiologia del confronto, però a nessuno è lecito travolgere le istituzioni e infangarle impunemente. L’educazione e il rispetto dell’altro sono punti fondamentali del concetto stesso di democrazia».

Dopo una gelida risposta del Colle e molte dichiarazioni di solidarietà a Napolitano, Di Pietro si è difeso sostenendo che «in democrazia dev’essere permesso a tutti di avanzare critiche e di manifestare» e ha precisato di «non aver voluto offendere il presidente».
«Resto del mio parere. Non si possono lasciar passare nell’indifferenza sortite di questo genere. Davanti a queste forme gravi di abuso la democrazia si spegne. E qui siamo responsabili tutti: chi accetta questo sistema come se fosse normalità, chi tace, chi non reagisce. Tutti. L’esercizio del diritto democratico alla polemica, al dissenso, alla protesta va misurato sul registro della civiltà politica, tanto più quando a concedersi un linguaggio così intollerabile è un esponente di primo piano del Parlamento».

Anche nell’IDV si smarcano dalla rozzezza di Tonino. Ecco Donadi

È un dato oggettivo che Napolitano, in alcuni momenti molto delicati che hanno coinciso con passaggi dove la maggioranza ha posto in essere delle notevoli forzature istituzionali – ad esempio il Lodo Alfano o la ricorrente aggressione alla magistratura -, è stato parco di parole e a dir poco prudente. C’è chi in questo comportamento vede una debolezza del capo dello Stato, ma su questo tema io ho una mia idea che non coincide totalmente con quella del partito: credo che Napolitano abbia fatto bene a fare così

Però il leader dell’Idv ha detto che Napolitano non è un arbitro imparziale… “Sicuramente io ho un’opinione diversa. Da parte mia c’è un’oggettiva diversità di lettura su questi fatti che Di Pietro valuta come una colpa o come un non essere sempre stato all’altezza. C’è quindi una diversità di lettura di un dato oggettivo: la grande prudenza del capo dello Stato in Di Pietro porta a una valutazione di rimprovero al Presidente, io invece la vedo diversamente e credo che stia facendo quello che può nelle condizioni date

E già ieri in aula si era capito che non tutti nel partito personale di Di Pietro erano d’accordo con gli insulti del leader

Quando il presidente del Senato Renato Schifani ha espresso “la convinta solidarietà” dell’assemblea al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, stigmatizzando il comportamento di Antonio Di Pietro in Piazza Farnese, tutta l’assemblea ha espresso un lungo applauso in piedi, tranne i senatori dell’Idv. Ma non tutti. Perchè dei 14 dipietristi presenti a Palazzo Madama, tre in dissenso dal gruppo hanno apprezzato l’intervento di Schifani. I tre ‘dissidentì sono Luigi Li Gotti, che si è alzato in piedi ed ha applaudito; Alfonso Mascitelli che, pur rimanendo seduto, ha applaudito, ed Elio Lannutti, che in piedi ha scosso il capo rivolgendosi ai compagni di partito che erano rimasti a braccia conserte.

Oggi intanto Ostellino sul Corriere ridicolizza Tonino e gli spiega le ovvietà come si spiegano a un bambino

Alla manifestazione di ieri, promossa dall’Italia dei valori, c’era uno striscione che diceva: «Napolitano dorme, l’Italia insorge». Di Pietro ha detto che «i cittadini chiedono che si smetta di proporre leggi che violano la Costituzione », aggiungendo che «il silenzio uccide come la mafia». E si è così rivolto al capo dello Stato: «A lei che dovrebbe essere arbitro, possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo?». Poi, di fronte alla reazione del Quirinale, ha precisato che — denunciando «il silenzio che uccide » — non intendeva riferirsi al presidente della Repubblica. Insomma: una pezza peggiore del buco.

Forse, qualcuno dovrebbe spiegare al capo dell’Idv — che o non la conosce bene o pretende di stravolgerla quando non gli piacciono le leggi approvate dal Parlamento e firmate dal presidente della Repubblica — cosa dice la nostra Costituzione. Il nostro ordinamento — come tutti quelli delle democrazie liberali — è un sistema di pesi e contrappesi. I poteri — legislativo, esecutivo, giudiziario, cui si aggiungono le funzioni della Corte costituzionale e le prerogative del capo dello Stato — si contrappongono e mantengono in equilibrio il sistema, ad evitare che un potere prevalga sull’altro.

Il presidente della Repubblica non è dunque un arbitro che sbaglia un fuorigioco, ma l’autorità che può rinviare alle Camere le leggi del Parlamento per vizio di costituzionalità. Se il presidente non vi ravvisa vizi di costituzionalità non può fare altro che firmarle. In caso di rinvio alle Camere, il Parlamento le può (ri) approvare tali e quali — sfiorando un conflitto istituzionale — e, a quel punto, al presidente non resta che prenderne atto o rifiutarsi ancora di firmarle, aprendo, a sua volta, una crisi istituzionale. Spetta, infatti, alla Corte costituzionale giudicare — con parere motivato — se sono o no costituzionali, impedendone di fatto e in diritto la promulgazione.
La capacità di iniziativa che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica riguarda, dunque, la «forma» (giuridica), non il «contenuto» (politico) delle leggi. Il capo dello Stato può rinviare una legge al Parlamento non perché non gli piace, è ideologicamente di diverso avviso, bensì solo se vi ravvisa un vizio in punto di diritto. Lo stesso limite ha la Corte costituzionale. Se il presidente e la Corte non eccepiscono, le leggi sono legittime. Accusare il presidente di non fare l’arbitro — che è già in sé una castroneria, costituzionalmente parlando — e di firmare leggi che non dovrebbe firmare vuol dire accusarlo di violare la Costituzione, cioè di sovversione.

Giorgio Napolitano sta esercitando la sua funzione non solo in modo esemplare, con intelligenza e moderazione, che sono, poi, le sue qualità umane, oltre che politiche, ma nel pieno rispetto della Costituzione. Di Pietro — con la pretesa che il capo dello Stato si arroghi un diritto che non ha — manifesta una inclinazione autoritaria. Una brutta deriva, la sua, peraltro non estranea alla sua cultura, che qualcuno dovrebbe spiegargli. In punto di Costituzione.


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